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  • Susanna Gristina

Chi paga il vero prezzo dei nostri vestiti? L'altra faccia del fashion


Magdalena_Frackowiak

Etica e sostenibilità sono da tempo un tema chiave nel settore della moda. Molteplici iniziative - dall'ethical fashion al ritorno dell'artigianalità alla moda green - stanno diventando sempre più presenti e seguite da esperti del settore e, progressivamente, anche dai consumatori. Questi ultimi - lo si è visto negli ultimi tempi in relazione agli acquisti nel settore del food - compiono scelte di acquisto caratterizzate da una sempre maggiore consapevolezza e sensibilità verso il rispetto del pianeta. Oltre all'attenzione ai temi dell'ecologia e del biologico, i riflettori si sono recentemente riaccesi sul tema dello sfruttamento dei lavoratori nella produzione di prodotti di ogni tipo. Ma se le scelte "consapevoli" sul cibo sono dettate dalla volontà di prendersi cura della propria salute, che ne è degli altri settori?

Al Festival di Cannes lo scorso maggio ha destato scalpore il documentario del regista 28 enne Andrew Morgan, proiettato in anteprima mondiale alla rassegna cinematografica più prestigiosa al mondo: "The True Cost" (Il Vero Costo), girato tra gli stabilimenti di produzione in Asia e sulle passerelle dei grandi stilisti, svela qual è il vero costo degli abiti che indossiamo, in termini umani, sociali, di condizioni di lavoro, di salute per le persone e per l'ambiente. Le sue immagini rincarano la dose di sconcerto provata per il collasso del Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani a Dakha (Bangladesh), il cui crollo nel 2013 costò la vita a 1.129 persone: tra queste i lavoratori del tessile delle fabbriche di abbigliamento lì ubicate, obbligati ad andare al lavoro nonostante le crepe avessero fatto scattare l'allarme e chiudere banche e locali ai piani terra dell'edificio.


Il crollo del Rana Plaza. Bangladesh, 2013.


Chi paga veramente il costo dei nostri vestiti e come si può creare un futuro migliore, più etico e sostenibile per la moda? Eppure, nel mondo del fashion, in cui i consumi sono cresciuti del 500% negli ultimi vent'anni e si è affermato il fast fashion con prodotti low cost prodotti nei sobborghi più disagiati dei Paesi in via di sviluppo, la presa di consapevolezza sembra una strada in salita: "Il cliente non chiede moda sostenibile. Vuole grande moda e vuole un buon prodotto ad un prezzo che può permettersi", sostiene Julie Gilhart, una dei consulenti più influenti del settore della moda. E' per sensibilizzare contro questo fenomeno che si levano le voci di massimi influencer in quest'ambito come l'eco-stilista Stella McCartney, Vandana Shiva, una delle più autorevoli voci mondiali in difesa della natura e della sua biodiversità, e l'attivista Livia Firth, che ha prodotto il documentario girato da Morgan.

In effetti, da alcuni anni si moltiplicano le iniziative a favore di una sensibilizzazione del mondo del fashion e dei suoi consumatori nella direzione dell'etico e del sostenibile. Uno degli eventi più noti si svolge a Milano: si chiama Fair and Ethical Fashion Show ed è il salone internazionale della moda equa, etica e sostenibile, ma Ethical Fashion Show negli anni sono arrivati anche alla Paris Fashion Week, così come a Berlino, Roma e naturalmente l'Africa. Secondo Marina Spadafora, direttrice creativa di Auteurs du Monde, la linea di moda etica di Altromercato, e coordinatrice italiana della campagna internazionale Fashion Revolution Day tali iniziative sono occasione “per stimolare ancora una volta i consumatori a porsi la domanda “Chi ha fatto i miei vestiti?” e per far capire che le alternative esistono e sono possibili e che scegliendo cosa acquistiamo possiamo cambiare il mondo''.

Lavoranti di industrie di paesi in via di svilupp

Il trailer di The True Cost

In copertina: Magdalena Frackowiak alla Paris Fashion Week Fall 2011 in uno splendido abito rosso di Elie Saab